23 marzo 2002, quando eravamo figli della solidarietà

di Fabio Carbone

 

Il 23 marzo 2002 rappresenta una delle più significative mobilitazioni popolari della storia repubblicana italiana, espressione di un ampio dissenso sociale nei confronti delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro. Ventitré anni fa tre milioni di persone si radunarono al Circo Massimo di Roma in una manifestazione promossa dalla CGIL per opporsi alla proposta del governo Berlusconi di modificare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. L’articolo 18, nella sua formulazione originaria, garantiva il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo nelle imprese con più di 15 dipendenti, rappresentando una delle più forti tutele contro gli abusi del potere datoriale.

 

La mobilitazione del 2002 non fu soltanto un episodio di protesta. La discesa in piazza di tre milioni di lavoratori, studenti, pensionati, disoccupati fu l’espressione di una precisa visione della dignità del lavoro come fondamento dell’ordinamento repubblicano, in coerenza con l’articolo 1 della Costituzione. Quella manifestazione testimoniò la capacità di una parte significativa della società civile e del mondo del lavoro di articolare una risposta compatta e pacifica contro l’erosione dei diritti conquistati nel corso di decenni di conflitto sindacale e mediazione sociale.

 

A distanza di oltre vent’anni, quella stagione di partecipazione e resistenza trova un’eco profonda nel referendum abrogativo convocato per l’8 e 9 giugno 2025, che intende ripristinare una cornice giuridica più garantista in materia di licenziamenti, attraverso l’abrogazione di alcune delle disposizioni più controverse del Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro varata nel 2015 sotto l’egida del governo Renzi. In particolare, l’abolizione del reintegro automatico previsto dall’articolo 18, sostituito da un meccanismo indennitario rigidamente predeterminato, ha segnato un passaggio epocale: là dove il centro-destra aveva incontrato un argine sociale e costituzionale, il riformismo di matrice renziana è riuscito, con il sostegno di un Parlamento a maggioranza ampia e privo di effettive opposizioni interne, a disarticolare una delle più emblematiche conquiste del diritto del lavoro italiano.

 

In questo senso, il referendum dell’8 e del 9 giugno non si configura soltanto come un atto giuridico volto alla revisione normativa, ma come un passaggio importante nella ridefinizione dell’orizzonte politico e simbolico del Paese. Il referendum, che Sinistra Italiana fin da subito – e sola – ha appoggiato nella sua interezza, si propone anche come gesto di chiusura — potenzialmente definitiva — della stagione del renzismo, inteso non tanto nella sua espressione personale, quanto come paradigma politico imperniato sull’accettazione delle logiche neoliberali, sulla riduzione delle garanzie collettive in nome della competitività e sull’adozione di un linguaggio riformista svincolato dalla cultura costituzionale del lavoro. Lì dove il liberalismo economico del centro-destra si era infranto contro la resistenza popolare, il centrosinistra ammaliato dal renzismo ha invece potuto agire nella forma di un “blairismo italiano”, legittimato dalla retorica della modernizzazione e dall’erosione progressiva delle culture politiche storiche del lavoro.

 

Il nesso tra il 23 marzo 2002 e l’8-9 giugno 2025 si rivela cronologico, ma soprattutto genealogico e strutturale. Entrambi i momenti rappresentano snodi decisivi nel conflitto tra due visioni antitetiche della società: da un lato, un’idea di lavoro subordinato a logiche di flessibilità asimmetrica, dove il rischio è interamente scaricato sull’individuo; dall’altro, una concezione del lavoro come diritto fondamentale e base della cittadinanza democratica, che necessita di tutele robuste per essere effettivo. Il referendum di giugno riapre così una partita rimasta sospesa, offrendo al corpo elettorale l’opportunità di pronunciarsi su una trasformazione epocale imposta senza previo mandato popolare. In ultima istanza, il voto referendario costituisce un’occasione per riaffermare il primato del lavoro nella gerarchia dei valori costituzionali, ma anche per chiudere, con un atto di sovranità democratica, una stagione politica che ha marginalizzato il lavoro come categoria fondativa della Repubblica.

 

Sinistra Italiana ci sarà, in prima fila, e con tutto il supporto possibile in questa lotta democratica che riguarda l’intera società italiana e milioni di lavoratori e lavoratrici.

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