Napoli, 17 marzo 2001: l’antipasto di Genova

di Fabio Carbone

Prima ancora di Genova, l’antipasto collettivo del dilagare del modello neoliberale fu il Global Forum di Napoli.

Più che la tensione del 17 marzo 2001 – segnata da episodi di repressione violenta e dalla drammatica vicenda della caserma Raniero – ciò che permane nella memoria collettiva è il clima politico e sociale di quei mesi: un’energia diffusa, una determinazione consapevole, un’intelligenza collettiva capace di innovare le pratiche di protesta e di travalicare i circuiti militanti tradizionali. L’esperienza di Napoli, ispirata dalle mobilitazioni internazionali come quelle di Seattle, segnò l’adozione di un uso innovativo della rete e della comunicazione politica, contribuendo alla diffusione del termine “No Global”, nato proprio in quell’occasione come sintesi spontanea di un’opposizione sistemica alla globalizzazione neoliberista.

Il movimento che prese forma attorno al Global Forum di Napoli si configurava come un fenomeno senza un centro organizzativo rigido, eppure con nodi strategici ben definiti, come lo spazio sociale dello Ska in piazza del Gesù. Per molti versi, esso rappresentò il primo fenomeno di contestazione realmente globale successivo alla caduta del muro di Berlino, segnando un passaggio fondamentale nella ridefinizione delle pratiche di lotta e delle forme di organizzazione politica. In tale contesto, la critica alla governance economica internazionale si legava a una riflessione più ampia sulla spazializzazione delle contraddizioni del capitalismo, della violenza istituzionale e della crisi ecologica oltre i tradizionali luoghi della mobilitazione sociale.

L’opposizione ai vertici internazionali si tradusse non solo in un’azione di contestazione diretta, ma anche nella sperimentazione di nuove forme di riconoscimento reciproco tra soggettività eterogenee, accomunate dalla volontà di contrastare un sistema percepito come autocratico e blindato. Attraverso pratiche di azione diretta, guerriglia comunicativa e détournement, il movimento cercò di ri-legittimare il conflitto come strumento di trasformazione sociale, rilanciando una prospettiva di emancipazione globale dai vincoli della finanziarizzazione dell’economia, della militarizzazione delle frontiere e del degrado ambientale. In questo senso, esso si fece portatore di una visione alternativa dello sviluppo, fondata sulla difesa dei diritti collettivi alla salute, alla cura e alla dignità umana.

L’esperienza del 2001 si inserisce in un più ampio processo storico che, in Italia, affondava le proprie radici nei movimenti degli anni Novanta, a partire dalla mobilitazione studentesca della Pantera e dalla proliferazione di spazi autogestiti e centri sociali. Sul piano internazionale, essa trovava un riferimento essenziale nello zapatismo, che incarnava una sintesi innovativa tra autonomia rivoluzionaria, linguaggio narrativo sudamericano e critica geopolitica al neoliberismo, al neocolonialismo e alle gerarchie del capitalismo globale. L’esperienza zapatista, con il suo invito a “pensare localmente e agire globalmente”, offriva un orizzonte teorico e pratico capace di articolare le lotte sociali in una dimensione transnazionale.

La mobilitazione di Napoli si distinse, inoltre, per la sua specificità territoriale: radicata in un Mezzogiorno segnato da profonde disuguaglianze economiche, essa non si limitò a contestare le istituzioni internazionali, ma si articolò in una critica più ampia al colonialismo interno italiano e alle dinamiche di sfruttamento che caratterizzavano il sistema economico nazionale. La presenza in piazza di disoccupati, migranti e attivisti dei movimenti territoriali testimoniava una composizione sociale eterogenea, capace di porre interrogativi di più ampio respiro sulle forme della cittadinanza e della partecipazione politica.

Se da un lato il movimento No Global rappresentò una prima risposta alla crisi dei modelli democratici del Novecento, dall’altro esso si scontrò con la difficoltà di costruire strutture organizzative efficaci e con la feroce repressione che culminò nelle vicende di Napoli e Genova. La violenza di Stato – manifestatasi attraverso la sospensione dei diritti fondamentali nelle caserme Raniero e Bolzaneto, fino all’omicidio di Carlo Giuliani – segnò una battuta d’arresto per il movimento, che non riuscì a tradurre la sua capacità di mobilitazione in una strategia politica di lungo periodo.

Il sopraggiungere dell’11 settembre 2001 e l’inizio della “guerra globale al terrore” determinarono una trasformazione radicale delle relazioni internazionali e un inasprimento delle misure di controllo sociale, contribuendo a ridurre gli spazi di agibilità politica per le istanze emerse nel ciclo di lotte noglobal. Tuttavia, molte delle intuizioni di quel movimento si sono riverberate nei decenni successivi, emergendo in forme diverse nelle mobilitazioni contro la crisi economica del 2008, nelle lotte ambientali contro la gestione neoliberista delle risorse, nei movimenti per il diritto alla salute e nella contestazione delle politiche di austerità imposte dalle istituzioni finanziarie internazionali. Allo stesso tempo, la crescente pervasività delle piattaforme digitali ha aperto nuovi spazi di socializzazione politica, seppure in un quadro segnato da una crescente sorveglianza e da nuove forme di autoritarismo.

Ricordare Napoli prima di Genova è un’operazione necessaria, in un contesto segnato da sfide globali che pongono interrogativi sul futuro della democrazia, della giustizia sociale e della sostenibilità ambientale. Quattro mesi prima di Genova sapevamo già tutto.

Avevamo ragione noi.
Abbiamo sempre avuto ragione noi.

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