Ungheria: Il Ritorno dell’Inquisizione

 

di Tonino Scala

 

La storia è un pendolo che oscilla tra progresso e reazione, tra avanzamenti di civiltà e regressioni autoritarie. Quello che sta accadendo in Ungheria sotto il governo di Viktor Orbán non è semplicemente un attacco ai diritti della comunità LGBTQIA+, ma un affronto all’idea stessa di libertà e democrazia. Vietare per legge il Budapest Pride, criminalizzando la partecipazione e l’organizzazione di un evento che è prima di tutto un atto di visibilità e autodeterminazione, è un atto di barbarie giuridica che riporta l’Europa ai giorni più bui della sua storia.

 

Si potrebbe quasi pensare a un brutto scherzo, a un’iperbole distopica, se non fosse tutto tragicamente reale. Orbán, nel suo delirio reazionario, non si limita a negare spazi di libertà, ma li colpisce con la ferocia propria dei regimi che temono ciò che non possono controllare. L’uso del riconoscimento facciale per identificare e punire chi partecipa al Pride è un dispositivo da Stato di polizia, una tecnologia di sorveglianza degna delle peggiori dittature. Questo provvedimento segna un punto di non ritorno: non si sta più solo comprimendo il diritto a manifestare, ma si sta trasformando l’esistenza stessa di una parte della popolazione in un reato.

 

C’è un termine che risuona con inquietante attualità in tutto questo: inquisizione. Perché di questo si tratta. Un nuovo tribunale dell’ortodossia, dove la colpa non è un’azione concreta, ma l’essere ciò che si è. L’Ungheria sta sostituendo il diritto con il dogma, la libertà con la punizione, e lo fa in nome di una presunta protezione dei minori, come se l’identità di genere e l’orientamento sessuale fossero un pericolo da cui difendersi.

 

Ma la storia insegna. Ogni volta che un potere ha cercato di cancellare l’altro, ha finito per schiantarsi contro la realtà della diversità umana, che è inarrestabile. Per quanto Orbán si affanni a costruire muri normativi per escludere e reprimere, non potrà mai spegnere la voce di chi lotta per i propri diritti.

 

E qui entra in gioco la responsabilità dell’Europa. L’Unione Europea non può limitarsi a esprimere indignazione, né a ripetere le rituali condanne di circostanza. La battaglia contro l’autoritarismo di Orbán non è più solo una questione ungherese, ma riguarda tutti noi. Se la persecuzione delle persone LGBTQIA+ può avvenire impunemente nel cuore dell’Europa, allora nessun diritto è più garantito, per nessuno.

 

La destra italiana, che spesso ha guardato con ammirazione al modello ungherese, ha ora l’occasione di prendere una posizione chiara. Il governo Meloni e il suo alleato Salvini, che domani riceverà un premio dalle mani di Orbán, devono decidere se stare dalla parte della libertà o dell’oppressione, se difendere i diritti o accettare la normalizzazione della discriminazione.

 

Il Pride di Budapest, che il governo ungherese vorrebbe cancellare, avrà invece un significato ancora più forte. Sarà una sfida diretta a un potere che vuole spegnere ogni voce dissenziente. E sarà una battaglia di tutti, perché la libertà non è un privilegio concesso dall’alto, ma un diritto inalienabile da difendere con ogni mezzo.

 

Non faremo un passo indietro. Perché oggi sono le persone LGBTQIA+ a essere nel mirino di Orbán, ma domani potrebbe toccare a chiunque osi dissentire. La storia non si ripete mai allo stesso modo, ma gli echi delle pagine più buie risuonano forte in questa Europa che sembra aver dimenticato i suoi principi fondanti. Non permettiamolo.

 

Be the first to comment

Leave a Reply